Carlo Pisacane

 

Sono nato in una nobile famiglia, a Napoli nel 1818. Mia madre si chiamava Nicoletta Basile De Luna, mio padre Gennaro Pisacane, io sono Carlo, Carlo Pisacane.

I miei genitori, a soli 12 anni, come i nobili erano soliti fare, mi avviarono alla carriera militare e, quando di anni ne avevo 14, ero già in collegio. 

Nel corso della mia carriera militare,  ho svolto con impegno il mio lavoro,  ho ricevuto anche delle onorificenze, ma questa attività non era adatta al mio carattere  al mio spirito,  ed alla prima occasione ho abbandonato la divisa, anche se sono rimasto un combattente.

Nel 1847 mi sono allontanato da Napoli ed ho vissuto tra Marsiglia, Londra, Parigi , l’Algeria, e un anno dopo mi sono trasferito in Lombardia, dove ho combattuto  come volontario nella prima guerra d'indipendenza. Sono stato sconfitto e ferito come molti altri, ma non mi sono mai lasciato andare,  sono riuscito a mettermi in salvo in Svizzera, dove ho conosciuto  Carlo Cattaneo, con lui ho maturato il mio credo repubblicano. Nello stesso anno a Roma, insieme a Goffredo Mameli, Giuseppe Garibaldi, Aurelio Saffi e Giuseppe Mazzini, ho fondato la Repubblica romana; l’ho difesa con tenacia a capo dell’esercito popolare, ma ho avuto poca fortuna contro gli attacchi francesi, sostenuti da Pio IX.

 Queste mie esperienze di lotta le ho raccontate in “ Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49” e nei “ Saggi storici – politici - militari sull'Italia”, ma il mio pensiero è racchiuso anche  nel periodico “La parola libera” che ho fondato nel 1856.

Non sono mai stato un vero e proprio mazziniano, ma con il fondatore della Giovine Italia ho costruito un solido rapporto; insieme abbiamo condiviso l’idea che fosse necessario promuovere azioni militari che, facendo leva sul malessere dei contadini, potessero far scoccare la scintilla rivoluzionaria. Eravamo convinti, credevamo, che la rivoluzione nazionale dovesse  scaturire dalla rivoluzione sociale, che per liberare la nazione occorreva  che prima insorgessero le plebi contadine, che dovevano essere liberate dalla schiavitù economica e affrancate dai tiranni.

Sulla base di queste convinzioni abbiamo preparato la spedizione di Sapri. Il 25 giugno 1857, a Genova,  insieme ad altri ventiquattro uomini mi sono imbarcato sul piroscafo  "Cagliari” diretto a Tunisi, ci siamo impadroniti della nave e l’abbiamo dirottata  o verso l’isola di Ponza, dove siamo sbarcati  il 26 di giugno sventolando il tricolore. Siamo riusciti  a liberare 323 detenuti della colonia penale, e con trecento siamo ripartiti per Sapri, dove siamo sbarcati il il 28 giugno. All’arrivo siamo stati assaliti dai contadini locali che pensavamo di liberare: le autorità borboniche erano riuscite a fargli credere per tempo che stavano per sbarcare trecento ergastolani, pronti a uccidere e saccheggiare.

Siamo dovuti fuggire, molti di noi sono stati massacrati, pochi sono fuggiti alla rabbia popolare.

Sono morto, ma non sono stato sconfitto, “ogni mia ricompensa io la troverò nel fondo della mia coscienza e nell'animo di questi cari e generosi amici con cui  ho combattuto; se il nostro sacrifico non apporterà alcun bene all'Italia, sarà almeno una gloria per essa aver prodotto figli che vollero immolarsi al suo avvenire”.

“Eran trecento, eran giovani e forti e sono morti”, così, scriverà  Luigi Mercantini nella Spigolatrice di Sapri, raccontando le mie imprese.